top of page

De Gregori, Springsteen e le “casacche” agli artisti: perché vogliamo sempre sapere da che parte stanno i cantanti?

Ogni tanto alla musica italiana torna una vecchia ossessione: capire da che parte sta un artista. Non cosa canta, non come scrive, non che mondo costruisce nei dischi. Prima di tutto: è dei nostri o degli altri?


vikingsomusic gossip

L’ultimo caso riguarda Francesco De Gregori, finito al centro del dibattito dopo alcune parole su Bruce Springsteen e sui proclami politici dal palco. De Gregori non ha difeso Donald Trump, non ha attaccato davvero Springsteen, non ha fatto un manifesto ideologico. Ha detto una cosa più sottile, e forse proprio per questo più scomoda: certi schieramenti netti degli uomini di spettacolo, soprattutto su temi internazionali complessi, gli provocano imbarazzo.


Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, De Gregori ha spiegato di provare disagio quando un artista usa la propria visibilità per prendere posizione in modo molto netto su questioni che, a suo avviso, richiederebbero cautela e approfondimento. Da lì è partito il solito giro: chi lo ha applaudito, chi lo ha accusato, chi ha provato a incasellarlo, chi ha trasformato una riflessione sul ruolo dell’artista in un nuovo test di appartenenza politica.


Ed è proprio questo il punto: appena un cantante parla, o decide di non parlare, il circo mediatico si mette al lavoro per affibbiargli una casacca.


Il vecchio trauma di De Gregori

Con De Gregori questo meccanismo ha una storia lunga e dolorosa. Non nasce oggi, non nasce dai social e non nasce dal caso Springsteen. Basta tornare al 2 aprile 1976, al Palalido di Milano, quando il cantautore fu contestato duramente da militanti dell’estrema sinistra durante un concerto.


Come ricostruito anche da Il Fatto Quotidiano, De Gregori venne accusato di arricchirsi con le canzoni politiche, di essere borghese, di non mettere i soldi “al servizio delle lotte”. La serata degenerò in un vero processo pubblico, con il cantautore costretto a tornare sul palco e rispondere alle accuse. Una scena oggi quasi impensabile, ma che racconta bene il clima di quegli anni: l’artista non era giudicato solo per le canzoni, ma per la sua presunta coerenza ideologica.


Quel trauma ha segnato il rapporto tra De Gregori e l’idea stessa di militanza spettacolarizzata. Per questo, quando oggi parla con diffidenza dei proclami dal palco, bisognerebbe ascoltarlo anche alla luce di quella ferita. Non come un artista che “si sposta a destra” o “tradisce la sinistra”, ma come uno che conosce bene il prezzo di essere trascinato dentro un tribunale ideologico.


Da Battisti a Guccini: quando la politica entra nelle canzoni anche se non c’è

L’articolo di Filippo Facci su Il Giornale parte proprio da questo riflesso italiano: mettere etichette. Se un artista non canta la rivoluzione, allora forse è conservatore. Se parla d’amore, allora è disimpegnato. Se non firma un appello, allora è complice. Se lo firma, allora è arruolato.


Lucio Battisti è l’esempio più evidente. Per anni, intorno a lui, sono circolate letture politiche costruite quasi sul nulla: versi isolati, atmosfere, parole prese fuori contesto. Battisti cantava desiderio, fuga, natura, coppia, solitudine, corpo, auto, strade, ma a molti non bastava. Serviva sapere dove collocarlo. E quando un artista non si fa collocare, spesso gli altri lo fanno al posto suo.


Anche Claudio Baglioni è stato a lungo letto attraverso la lente del disimpegno: troppo sentimentale, troppo commerciale, troppo “piccolo borghese”. Poi bastano alcune dichiarazioni, un passaggio su Sanremo, una presa di posizione pubblica, e l’etichetta cambia. Non del tutto, magari. Ma cambia.


Francesco Guccini, al contrario, è stato spesso incasellato come cantautore comunista, salvo poi ricordare che la sua identità era più complessa: libertaria, anarchica, socialista, antisovietica. Ma la complessità, nel dibattito pubblico, funziona poco. È molto più comodo trasformare un artista in una figurina.


Gaber aveva già capito tutto

In mezzo a questa storia, Giorgio Gaber sembra quasi il più contemporaneo di tutti. Con Destra-Sinistra, Gaber aveva smontato proprio gli automatismi dell’appartenenza: il modo in cui le categorie politiche diventano postura, abitudine, riflesso condizionato, perfino estetica.


Il punto non era dire che destra e sinistra non esistono. Il punto era mostrare quanto spesso vengano usate come scorciatoia mentale. E la musica, più di altri linguaggi, finisce facilmente dentro questa trappola perché arriva a tutti, crea identificazione, diventa colonna sonora di momenti personali e collettivi.


Una canzone può accompagnare una manifestazione, una storia d’amore, un funerale, una campagna elettorale, un’estate. E quando una canzone diventa di tutti, tutti provano a rivendicarla.


Ascolta le nostre Playlist esclusive su Spotify!



Il caso Fedez, Ghali e la nuova stagione dello schieramento

Oggi il meccanismo è cambiato, ma non è scomparso. Anzi, i social lo hanno accelerato.


Fedez è stato trasformato più volte in simbolo politico: dal discorso del Primo Maggio sul ddl Zan al rapporto con la Rai, dalle polemiche con la Lega alle successive interviste e prese di posizione più difficili da catalogare. Il risultato è che, appena cambia contesto, cambia anche la sua lettura pubblica. Per alcuni è un artista impegnato, per altri un opportunista, per altri ancora un personaggio ormai impossibile da decifrare.


Ghali rappresenta un altro caso. Le sue parole sulla guerra, su Gaza e sulla responsabilità degli artisti hanno acceso discussioni fortissime. Qui il tema non è più solo “io mi schiero”, ma anche “perché gli altri non si schierano?”. È una pressione diversa, più morale che politica: se hai una piattaforma, devi usarla. Se non la usi, stai già dicendo qualcosa.


È una posizione comprensibile, soprattutto davanti a tragedie enormi. Ma porta con sé un rischio: trasformare ogni artista in un comunicato stampa ambulante. Come se il silenzio, la cautela o il dubbio fossero sempre una colpa.


Gli artisti devono parlare? Dipende. Ma non per forza quando lo chiediamo noi

La domanda vera non è se i cantanti debbano o non debbano parlare di politica. Sarebbe una domanda troppo povera. Gli artisti sono cittadini, hanno idee, sensibilità, paure, rabbie, responsabilità. Se vogliono esporsi, è giusto che possano farlo. Springsteen lo fa da sempre, con una coerenza che appartiene alla sua storia americana. Altri preferiscono usare le canzoni, altri ancora il silenzio.


Il problema nasce quando il pubblico pretende una posizione immediata e leggibile, possibilmente compatibile con la propria. A quel punto non stiamo più chiedendo a un artista di essere sincero. Gli stiamo chiedendo di confermare la nostra appartenenza.


E se non lo fa, lo processiamo.


È successo a De Gregori nel 1976 in modo fisico, violento, grottesco. Succede oggi in modo digitale, più rapido e meno teatrale, ma con una logica simile: dimmi chi sei, dimmi da che parte stai, dimmi se posso ancora ascoltarti senza sentirmi tradito.


La musica non è neutra, ma non è nemmeno un modulo da compilare

La musica non è mai completamente neutra. Anche una canzone d’amore racconta un’idea di mondo. Anche una canzone apparentemente leggera può dire molto su desideri, paure, classe sociale, libertà, corpo, provincia, città, futuro.


Ma questo non significa che ogni artista debba essere tradotto in un’etichetta politica immediata. Fabrizio De André era anarchico, antiautoritario, vicino agli ultimi, ma ridurlo a santino ideologico significa tradire proprio la sua ambiguità più preziosa. Gaber era politico anche quando prendeva in giro la politica. Battisti era enorme proprio perché scappava dalle gabbie. De Gregori ha sempre scritto canzoni più intelligenti delle etichette che gli hanno appiccicato addosso.


Forse dovremmo accettare che gli artisti, quelli veri, non siano sempre comodi. A volte parlano troppo. A volte parlano poco. A volte sbagliano. A volte non vogliono essere portavoce di nessuno. A volte una canzone dice più di un proclama, e a volte un proclama rovina perfino una buona canzone.


Il caso De Gregori-Springsteen non chiude il discorso, lo riapre.


E ci obbliga a una domanda meno urlata: vogliamo davvero ascoltare gli artisti o vogliamo solo sapere se indossano la nostra stessa maglia?


Scouting vikingsomusic artisti emergenti

La tua musica deve lasciare un segno, non solo uscire online


Il caso De Gregori ricorda una cosa importante: un artista non viene giudicato solo per le canzoni, ma anche per parole pubbliche, silenzi, immagine e coerenza percepita.


Se sei un cantante, una band o un progetto musicale emergente, ViKingSo Music ti aiuta a presentare la tua musica in modo più professionale attraverso scouting, contenuti editoriali, playlist e promozione trasparente.


Riproduzione riservata © 2026 - ViKingSo Music


Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

Disclaimer immagini e contenuti
Le immagini e gli eventuali contenuti multimediali presenti in questo articolo sono utilizzati a scopo informativo, editoriale e di commento. I diritti sulle immagini restano dei rispettivi autori/aventi diritto (artista, fotografo, agenzia, label, ufficio stampa, testata).

ViKingSo Music non rivendica la proprietà dei materiali di terzi e, ove possibile, indica la fonte/credito. Qualora un contenuto risultasse non autorizzato o lesivo di diritti, l’avente diritto può richiederne la rimozione o la correzione dei crediti scrivendo a info@vikingsomusic.com: provvederemo tempestivamente.

Marchi, loghi e nomi citati appartengono ai rispettivi proprietari.

Riproduzione riservata © 2026 – ViKingSo Music.

bottom of page