Sanremo, la bolla streaming è finita: nel 2026 quasi 500 milioni di ascolti in meno rispetto al 2024
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Sanremo resta Sanremo. Ma nello streaming non fa più paura come prima.

A sei mesi dall’edizione 2026, il dato è abbastanza netto: le canzoni in gara hanno raccolto complessivamente circa 547,6 milioni di stream, contro gli 895,5 milioni del 2025 e soprattutto contro 1,05 miliardi del 2024, l’ultima edizione targata Amadeus.
Tradotto: rispetto al 2024, Sanremo ha perso quasi mezzo miliardo di ascolti sulle piattaforme.
Non significa che il Festival sia diventato irrilevante. Sarebbe una lettura superficiale. Significa però che l’effetto “bolla streaming” degli anni precedenti si è sgonfiato. Il Festival continua a generare attenzione, ma non trasforma più automaticamente ogni brano in un fenomeno digitale da centinaia di milioni di ascolti.
Il 2026 sembra confermare una nuova fase: Sanremo torna centrale in TV, nella conversazione e nella stampa, ma meno dominante sulle piattaforme.
Samurai Jay ribalta il Festival
Il caso più interessante è Samurai Jay.
Con Ossessione, il rapper domina la classifica streaming a sei mesi dal Festival con 80,7 milioni di ascolti, staccando nettamente tutti gli altri. Un dato ancora più forte se si considera che nella classifica finale sanremese era arrivato solo diciassettesimo.
Qui si vede bene la distanza tra Sanremo come gara televisiva e Sanremo come mercato musicale.
Il pubblico del Festival vota in un modo. Lo streaming, nei mesi successivi, racconta altro. E nel 2026 il pubblico digitale ha scelto Samurai Jay molto più di quanto avesse fatto la classifica ufficiale.
Dietro di lui troviamo Sal Da Vinci con Per sempre sì a 44,2 milioni e Sayf con Tu mi piaci tanto a 40,6 milioni. Poi Fulminacci, Luché, Ditonellapiaga, Tommaso Paradiso, LDA & Aka 7even, Levante e Fedez con Marco Masini.
La Top 5 racconta il calo meglio di tutto
Il dato più chiaro arriva confrontando le prime cinque canzoni delle ultime tre edizioni.
Nel 2024 la Top 5 sanremese a sei mesi valeva 433,1 milioni di stream, trainata da brani come Tuta Gold di Mahmood, I p’ me, tu p’ te di Geolier, La noia di Angelina Mango, Sinceramente di Annalisa e Casa mia di Ghali.
Nel 2025 la Top 5 era già scesa a 328,5 milioni.
Nel 2026 si ferma a 229,7 milioni.
È quasi una scala perfetta verso il basso: circa cento milioni persi ogni anno nella parte alta della classifica.
Questo significa che non è crollata solo la coda dei brani meno forti. Si è ridimensionata anche la vetta. Anche le canzoni più ascoltate del Festival oggi producono meno impatto rispetto al periodo d’oro 2024.
Carlo Conti ha scelto un Festival meno streaming-centrico
Una parte della spiegazione sta nel cast.
Le edizioni di Carlo Conti sembrano aver ridimensionato il peso della popolarità su Spotify come criterio di costruzione del Festival. Nel 2025 quasi metà dei concorrenti partiva con oltre 2 milioni di ascoltatori mensili. Nel 2026, invece, solo tre artisti superavano quella soglia: Luché, Fedez e Tommaso Paradiso.
È una scelta editoriale precisa, o almeno un effetto evidente.
Sanremo 2026 ha dato più spazio a nomi meno forti sulle piattaforme, artisti con fanbase più piccole o più laterali, veterani, progetti di nicchia e profili meno esplosivi nello streaming.
Questo può rendere il Festival più vario, meno prevedibile, forse anche più televisivo. Ma ha un costo: sulle piattaforme l’impatto cala.
Il punto è capire se sia un problema o semplicemente un cambio di direzione.
I grandi nomi non sempre reggono sulle piattaforme
Un altro dato interessante riguarda alcuni artisti storici o molto riconoscibili.
Nomi come Patty Pravo, Francesco Renga, Raf, Malika Ayane, Ermal Meta, Enrico Nigiotti e altri faticano molto di più rispetto agli artisti urban, pop-rap o con fanbase digitale più attiva.
Patty Pravo chiude la classifica 2026 con Opera a 2,3 milioni di stream. Francesco Renga arriva a 4,1 milioni. Malika Ayane ed Ermal Meta si fermano intorno ai 6 milioni.
Questo non dice che siano artisti “minori”. Dice solo che lo streaming misura un certo tipo di temperatura, non tutto il valore artistico.
Sanremo può ancora dare prestigio, visibilità e racconto. Ma se un brano non entra nelle abitudini digitali del pubblico giovane, il dato streaming resta basso.
Il caso Dargen D’Amico mostra il cambio di clima
Tra i confronti più chiari c’è quello di Dargen D’Amico.
Nel 2024, Onda alta aveva raccolto circa 27 milioni di stream dopo sei mesi. Nel 2026, Ai ai si ferma a 6,8 milioni.
Stesso artista, stesso contesto sanremese, risultato molto diverso.
Questo dimostra che non basta tornare al Festival per replicare automaticamente l’impatto precedente. Il momento storico, il brano, la concorrenza, la radio, TikTok, le playlist, il cast e l’umore del pubblico contano moltissimo.
Sanremo resta una vetrina enorme. Ma non è più una garanzia matematica.
Normalizzazione, non morte del Festival
Parlare di “crollo” funziona come titolo, ma la parola più corretta è probabilmente normalizzazione.
Negli anni di Amadeus, Sanremo aveva raggiunto una sintonia quasi perfetta con il mercato streaming: cast fortissimi, artisti urban e pop già centrali sulle piattaforme, brani pensati per durare oltre la settimana festivaliera, social sempre accesi, TikTok, radio, playlist e pubblico giovane dentro la conversazione.
Il 2026 racconta un’altra cosa.
Il Festival resta un evento nazionale, ma la sua forza digitale è meno automatica. Le canzoni non esplodono tutte. La Top 5 cala. La media per brano scende. Il totale si dimezza rispetto al 2024.
Non è la fine di Sanremo. È la fine dell’illusione che Sanremo possa trasformare ogni cast in una macchina streaming.
Perché questo dato conta per la musica italiana
Il calo dello streaming sanremese dice qualcosa anche sull’industria italiana.
Negli ultimi anni molti artisti hanno guardato al Festival come alla scorciatoia più potente per rilanciare una carriera, aprire un tour, entrare in radio, dominare playlist e costruire una stagione intera.
Oggi Sanremo può aiutare moltissimo chi ha già una fanbase pronta, un brano forte, un’identità chiara e un posizionamento digitale coerente. Ma non basta più esserci.
La vera differenza la fanno il progetto, il pubblico e la capacità della canzone di continuare a vivere dopo l’Ariston.
Samurai Jay lo dimostra: la classifica ufficiale lo ha messo lontano dal podio, ma il mercato streaming lo ha premiato. Altri artisti, molto più riconoscibili sulla carta, non sono riusciti a trasformare l’esposizione sanremese in ascolti duraturi.
La lezione del 2026
Sanremo 2026 lascia una lezione precisa: il Festival resta il centro della musica italiana per una settimana, forse per un mese. Ma dopo sei mesi parlano solo le canzoni.
E le canzoni, nello streaming, non perdonano.
Se entrano nella vita quotidiana del pubblico, continuano a crescere. Se restano legate solo al momento televisivo, si spengono. Se hanno una fanbase forte, resistono. Se dipendono solo dal nome dell’artista, rischiano di non andare lontano.
Per ViKingSo Music, il dato è interessante proprio perché ridimensiona un’idea comoda: non basta partecipare all’evento più grande per diventare rilevanti sulle piattaforme.
Sanremo è ancora una vetrina enorme. Ma la vetrina non vende da sola.
La visibilità non basta se il brano non cammina da solo
Il caso Sanremo 2026 dimostra che anche il palco più importante d’Italia non garantisce automaticamente streaming e continuità.
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