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FULMINACCI: aglio, olio e fortuna

Fulminacci, nome d’arte di Filippo Uttinacci, è uno degli autori più interessanti emersi nella nuova scena cantautorale italiana perché è riuscito in un’operazione tutt’altro che scontata: rendere la fragilità popolare senza banalizzarla. Il suo linguaggio è immediato, spesso ironico, apparentemente leggero, ma sotto la superficie nasconde un’attenzione rara per la scrittura, per i dettagli emotivi e per la narrazione del quotidiano.


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Il suo percorso discografico inizia ufficialmente con La vita veramente (2019), un debutto che lo impone subito come una voce riconoscibile.

L’album è un mosaico di ansie, relazioni sbilenche, insicurezze e desideri raccontati con una naturalezza disarmante.


Brani come Borghese in borghese e La vita veramente mostrano una scrittura che gioca sull’autosabotaggio emotivo, sul disagio generazionale e su una forma di romanticismo disilluso, mai compiaciuto. È un disco che funziona perché sembra scritto da dentro, senza pose intellettuali.


Con Tante care cose (2021), Fulminacci amplia lo sguardo. Se il debutto era fortemente autobiografico, qui emerge una maggiore attenzione al mondo esterno, ai rapporti umani, alle aspettative sociali. Il suono si fa più vario, più stratificato, ma resta fedele a un pop cantautorale che privilegia il testo e la melodia. L’ironia rimane centrale, ma diventa più amara, più consapevole. È il disco della crescita, del confronto con ciò che resta dopo l’entusiasmo iniziale.


Il salto più evidente arriva con Infinito +1 (2023), album che segna una maturazione sia musicale che narrativa. Fulminacci smussa gli spigoli più caricaturali e costruisce un racconto più compatto, più profondo. Le canzoni parlano di amore, distanza, paura del futuro e bisogno di stabilità, mantenendo quella leggerezza apparente che è ormai la sua firma. Musicalmente il disco è più curato, più elegante, ma non perde spontaneità. È il lavoro di un autore che ha trovato il proprio equilibrio.


Uno degli aspetti più interessanti di Fulminacci è la sua capacità di non prendersi troppo sul serio, senza però scivolare nella superficialità. L’ironia non è mai una maschera per nascondersi, ma uno strumento per raccontarsi meglio. Le sue canzoni sembrano spesso conversazioni interrotte, messaggi non inviati, pensieri detti a mezza voce. È questo che le rende così facilmente riconoscibili e condivisibili.


Dal punto di vista stilistico, Fulminacci si muove tra cantautorato classico italiano e pop contemporaneo, con un’attenzione particolare alla forma canzone. Le melodie sono immediate ma mai scontate, i testi semplici solo in apparenza.


Ogni frase sembra studiata per sembrare spontanea, e proprio in questa apparente semplicità risiede la sua forza.

Fulminacci oggi rappresenta una generazione che non cerca eroi né risposte definitive, ma qualcuno che sappia raccontare il dubbio.


La sua musica non offre soluzioni, ma compagnia. E in un’epoca di narrazioni urlate e identità costruite, questa scelta di misura, autoironia e vulnerabilità è forse il suo gesto più radicale.


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