UnFauno racconta “Chiara Chiara”: amare, lasciare andare e imparare a sbagliare meglio
Con “Chiara Chiara”, UnFauno apre una fase nuova del suo percorso. Il singolo parte da una relazione, ma dentro ci finiscono Roma, il Tevere, i circoli ARCI, i vinili di De André, il sesso, il denaro, la solitudine e quella difficoltà molto contemporanea di capire dove si sta andando mentre si cerca ancora qualcuno a cui restare vicini.
Dietro Chiara, però, non c’è una sola persona. C’è una somma di relazioni, ricordi e contraddizioni che diventa anche il primo ingresso nel secondo album di UnFauno, previsto per il 2027. Un progetto che cambierà ancora il rapporto tra cantautorato ed elettronica e che l’artista definisce già con un’espressione piuttosto precisa: “un manuale degli errori”.
“Chiara Chiara” arriva in un momento in cui anche il modo di scrivere di UnFauno sta cambiando. Meno necessità di costruire un manifesto, maggiore libertà nel seguire parole, immagini e associazioni che emergono durante la composizione.
Abbiamo parlato con lui della persona (o delle persone) dietro Chiara, del significato del lasciare andare, del rapporto tra musica e attività da DJ, delle cover di Caparezza e Bluvertigo, del confine tra artista e creator e soprattutto di quello che sta prendendo forma verso il nuovo disco.
Partiamo da Chiara. Nel comunicato la descrivi come un personaggio molto preciso, ma nel testo ci sono dettagli che danno quasi la sensazione di conoscere davvero quella persona. Chiara nasce da una figura reale, è una somma di persone diverse oppure a un certo punto la realtà lascia completamente spazio alla scrittura?
Chiara è tutte le ragazze che ho amato. Chiara è tutte le ragazze che mi hanno amato. Chiara è tutte le ragazze che mi hanno lasciato, e anche quelle che, non avendone il coraggio, hanno fatto di tutto per farsi lasciare.
Quando ho scritto questa canzone non pensavo a una persona sola. Pensavo a un modo di stare insieme che conosco bene: quello in cui ci si cerca proprio dove ci si fa male, in cui l’euforia e la disfatta arrivano nella stessa serata, a volte nello stesso bicchiere.
Nel pezzo fai convivere nello spazio di poche righe Enjoy, i vinili di De André, i circoli ARCI, i siti porno, il caffè, il Tevere. Più che descrivere una scena sembra quasi che tu proceda per frammenti e immagini. Quando scrivi parti prima dalla storia che vuoi raccontare o sono proprio questi dettagli a costruirla poco alla volta?
In questo album mi sono divertito a lasciarmi guidare dalle parole anziché guidarle. Quindi le canzoni rispetto al passato sono meno un “manifesto” e più un “diario di viaggio”, in cui io stesso sono stato spesso sorpreso dai mondi e dai paesaggi che si andavano a comporre.
È una sensazione onirica che sono convinto arrivi ascolto dopo ascolto.
A un certo punto “Chiara Chiara” smette quasi di parlare soltanto di una coppia: entrano i soldi, il lavoro che manca, una madre che chiede un nipote, la solitudine, il tempo che passa e perfino l’idea di far crollare un sistema che funziona. Chiara resta una persona precisa oppure lì diventa anche il ritratto di una generazione?
Chiara non è una persona precisa neanche per sé stessa. Non sa definirsi, non si trova. E questa, a sua insaputa, è la sua qualità più preziosa.
E il sistema la opprime proprio perché è costruito intorno a un’immagine di persona a cui lei non sa e non vuole assomigliare.
Nel testo dici sia che “l’atto finale dell’amore è sempre lasciare andare”, sia che il dolore è “amore che non sa dove andare”. Dentro la stessa canzone convivono quindi il bisogno di staccarsi e quello di restare. Quando racconti rapporti così ti interessa prendere una posizione oppure preferisci lasciare intatta la loro contraddizione?
Non è una contraddizione. Lasciare andare non significa allontanarsi. Magari con il corpo sì, ma emotivamente, profondamente può essere il contrario.
Tutte le storie d’amore finiscono. Che sia per volere di uno, dell’altro, per il sentimento che svanisce, perché si scopre che non c’è mai stato, oppure con la tradizionale morte fisica.
Ecco, lasciare andare qui significa ACCETTARE. Significa dire “ok, è così”, senza mettersi di traverso alla vita. E io credo che non ci sia atto d’amore più potente di questo.
Anche la copertina porta questa storia all’estremo: un cuore enorme trafitto dalle frecce, un paesaggio quasi vuoto e tu fermo davanti a tutto questo. È un’immagine molto romantica e allo stesso tempo quasi esasperata. Che rapporto c’è tra quell’iconografia e l’ironia o il disincanto con cui racconti l’amore nelle canzoni?
Mi sono divertito a giocare con questa iconografia del torero, ripresa anche nell’outfit del videoclip.
Un torero senza toro perché il suo animale da domare è Chiara, anzi, il suo amore per lei. Un torero che si arrende nella copertina, perché sa già che la natura vince sempre sull’uomo.
Perché “l’atto finale dell’amore è sempre lasciare andare”.
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“Chiara Chiara” viene presentata come l’inizio di una nuova fase. Se la confronti con “Non avevi di meglio da fare l’estate del 2023?” e con ciò che hai pubblicato negli ultimi anni, che cosa è cambiato davvero nel modo in cui stai scrivendo e producendo? E soprattutto: c’è qualcosa del vecchio UnFauno che hai deciso consapevolmente di non portare nel secondo album?
La mia scrittura è cambiata. Sono maturato così tanto che ho iniziato a giocare.
A fare giocare parole e musica come fossero due dinosauri giocattolo. A fare andare il flow e scoprire dei significati dove apparentemente non ci sono.
Ho abbandonato la serietà, perché la rivoluzione si fa ballando.
Nel tuo percorso ci sono l’alternative rock degli inizi, l’elettronica e anche il lavoro fatto su canzoni di altri, da Caparezza ai Bluvertigo. Le reinterpretazioni sono state soltanto parentesi oppure ti hanno insegnato qualcosa che oggi è entrato anche nel modo in cui costruisci i tuoi brani?
Forse appunto sono state un’occasione che mi ha permesso di imparare a giocare dai bambini grandi.
Per me una cover ha senso solo se rivoluziona il materiale originario, se offre un’esperienza lontana dal materiale originario. E così ho fatto, partendo da due brani che ho nel cuore dall’adolescenza.
Parallelamente continui a fare il DJ. In “Chiara Chiara” l’elettronica non sembra però soltanto un vestito aggiunto alla canzone. Quanto quello che impari davanti a una pista (tensione, ripetizione, dinamica, reazione immediata delle persone) sta entrando oggi nella scrittura e nella produzione di UnFauno?
Naturalmente col tempo le due cose si fondono sempre più. Infatti prossimamente farò uscire dei brani dalle sonorità “inaspettate” rispetto alle mie produzioni precedenti.
Un po’ perché non so stare fermo nello stesso posto, ma anche perché, come disse Giovanni Lindo Ferretti durante un live dei CCCP: “A noi piace un casino confondere le idee, però ci piacerebbe molto di più farvi ballare”.
Hai costruito una parte importante del tuo pubblico attraverso social, meme e contenuti, mentre con progetti come “Mezzo Podcast” lavori anche su tempi molto più lunghi della classica clip. Quando nasce una canzone riesci ancora a non pensare affatto a come potrà vivere online? Dove metti il confine tra usare bene il linguaggio del creator e lasciare che sia la logica del contenuto a condizionare la musica?
Penso molto a come possa arrivare al pubblico una canzone, ma ci penso sempre dopo averla scritta.
Mentre la scrivo penso solo a farla arrivare al mio target audience principale: me stesso. Se mi piace, mi diverte o mi fa ballare allora passa il test.
Ma non è facile, sono un giudice piuttosto esigente.
Sappiamo che “Chiara Chiara” è il primo ingresso nel secondo album previsto per il 2027 e che elettronica e cantautorato saranno due coordinate importanti. Al di là del suono, qual è l’ossessione, la domanda o il filo narrativo che sta tenendo insieme le nuove canzoni? E “Chiara Chiara” rappresenta bene il disco che arriverà oppure ne mostra soltanto uno dei lati?
Un filo conduttore c’è. Ma anche se l’ho un po’ accennato nei miei ultimi video sui social, non posso ancora rivelarlo del tutto.
Posso dire che sarà un manuale degli errori. Per imparare a sbagliare meglio e compiere errori sempre più magnifici.
E i generi musicali saranno variegatissimi, non credo di aver sperimentato mai così tanto all’interno dello stesso progetto in tutta la mia carriera.
Sono il primo ad aspettare con ansia la sua uscita, lo aspetto come il Natale.
Il senso di “Chiara Chiara”
Dentro “Chiara Chiara” c’è quindi qualcosa di più di una relazione irregolare raccontata attraverso immagini di vita romana.
C’è un personaggio che non riesce a definirsi e forse non vuole nemmeno farlo. C’è l’idea che lasciare andare qualcuno non significhi necessariamente smettere di amarlo. E c’è soprattutto un UnFauno che sembra avere meno interesse a controllare ogni significato prima che la canzone esista.
Il passaggio più interessante dell’intervista, da questo punto di vista, arriva quando parla della propria maturazione artistica come della possibilità di tornare a giocare. Parole e musica diventano “due dinosauri giocattolo”, l’attività da DJ comincia a mescolarsi sempre di più con quella del cantautore e perfino l’errore smette di essere qualcosa da evitare.
È probabilmente qui che “Chiara Chiara” diventa davvero il primo capitolo del disco del 2027.
Non perché ci dica già come suonerà l’album (UnFauno anticipa anzi generi e sonorità molto diverse) ma perché ne mostra il metodo: lasciarsi sorprendere, cambiare direzione e imparare, come dice lui, a compiere errori sempre più magnifici.
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Dietro “Chiara Chiara” c’è un percorso che attraversa alternative rock, cantautorato, elettronica, attività da DJ e un linguaggio costruito negli anni anche attraverso social, meme e format originali.
Nella scheda artista su ViKingSo Music ripercorriamo la storia di UnFauno, dall’album d’esordio “Insecurity” alle pubblicazioni successive, fino alla nuova fase aperta da “Chiara Chiara”.
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