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LDA: il buongiorno si vede dal mattino

LDA, nome d’arte di Luca D’Alessio, è uno dei casi più osservati e discussi del nuovo pop italiano perché il suo percorso artistico nasce sotto una lente d’ingrandimento. Figlio d’arte, sì, ma anche autore che ha scelto consapevolmente di esporsi, di mettersi alla prova e di cercare una propria direzione in un panorama dove la credibilità si conquista disco dopo disco, non per eredità.


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I primi passi di LDA si collocano in una fase di formazione ancora evidente: canzoni pop dirette, fortemente emotive, costruite su melodie immediate e testi che parlano di relazioni, fragilità, crescita e bisogno di riconoscimento. Fin dagli esordi emerge un tratto distintivo: la centralità della voce, usata come strumento emotivo più che tecnico, capace di trasmettere vulnerabilità prima ancora che potenza.


La svolta di visibilità arriva con l’esperienza nei talent, che lo introduce a un pubblico molto ampio ma allo stesso tempo lo costringe a confrontarsi con aspettative altissime. LDA non sceglie la strada della provocazione né quella del distacco elitario: resta nel perimetro del pop sentimentale, cercando però una scrittura sempre più personale. È un passaggio delicato, in cui ogni brano diventa anche una dichiarazione di intenti.


Con Alone (2023) arriva il primo vero progetto strutturato. L’album è un racconto coerente di solitudine, relazioni complicate e desiderio di definire sé stessi. Il titolo non è casuale: LDA mette al centro il tema dell’isolamento emotivo, tipico di una generazione iperconnessa ma spesso fragile. Musicalmente il disco dialoga con il pop contemporaneo, tra ballad, mid-tempo radiofonici e influenze urban leggere, senza mai forzare la sperimentazione.


La scrittura di Alone è semplice, diretta, a tratti quasi diaristica. Non cerca metafore complesse, ma immediatezza emotiva. È un disco che funziona soprattutto come fotografia di un momento: quello di un artista giovane che sta ancora cercando la propria voce definitiva, ma che ha già chiaro cosa vuole raccontare. LDA non interpreta personaggi: parla di sé, con tutte le incertezze del caso.


Nel percorso successivo, i singoli pubblicati mostrano un’evoluzione graduale: maggiore attenzione agli arrangiamenti, un uso più consapevole della melodia e una scrittura che prova a uscire dal solo racconto sentimentale per abbracciare una dimensione più ampia. Non è una trasformazione radicale, ma una crescita progressiva, coerente con l’età e con il percorso umano dell’artista.


Uno degli aspetti più interessanti di LDA è proprio la sua fase di transizione. È un artista che non ha ancora cristallizzato un’immagine definitiva, e questa instabilità è parte del suo racconto. La sua musica parla a un pubblico giovane che si riconosce nel dubbio, nella fatica di definirsi, nella paura di non essere abbastanza. In questo senso, LDA intercetta un bisogno reale: quello di una narrazione emotivamente accessibile, senza sovrastrutture.


Oggi LDA rappresenta un pop italiano in divenire, ancora aperto, ancora vulnerabile. Non è un artista arrivato, ma uno che sta costruendo il proprio spazio passo dopo passo, cercando di trasformare l’esposizione iniziale in una vera identità artistica.


Ed è proprio questa fase di costruzione, se sostenuta da coerenza e tempo, a rendere il suo percorso interessante da seguire.


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