d!base racconta ;;;risolversi nel buio: un debutto che attraversa ansia, corpo e suono
- The Sound Selector

- 19 ore fa
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Ci sono album d’esordio che funzionano come una raccolta di direzioni possibili, e altri che arrivano già con un’identità netta, quasi inevitabile. ;;;risolversi nel buio, primo album di d!base, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. leta dedicata all’artista.

Disponibile dal 13 marzo 2026 per Dumba Dischi, il disco si presenta come un lavoro che non cerca scorciatoie narrative né alleggerimenti di facciata: entra dentro il tema dell’ansia e degli attacchi di panico e prova a restituirne il peso dall’interno, con un linguaggio diretto, instabile e profondamente coerente.
La forza del progetto sta proprio qui. ;;;risolversi nel buio non nasce come un disco “a tema” costruito a posteriori, ma come un percorso che ha trovato da sé la propria coesione.
Lo racconta lo stesso artista:
“Non sono partito con l’idea di realizzare un concept album. È stato un processo molto naturale: brano dopo brano mi sono accorto che tornavo sempre sulle stesse sensazioni, sugli stessi pensieri, soprattutto legati all’ansia e agli attacchi di panico.”
Ed è forse proprio questa origine non forzata a dare al disco una tenuta emotiva così credibile.
Nel caso di d!base, la scrittura non si limita a descrivere un disagio: lo abita. I testi si muovono come un flusso di coscienza, senza l’ambizione di spiegare tutto o di offrire una sintesi rassicurante. L’ansia non viene mai “risolta” in senso narrativo; viene piuttosto attraversata, lasciata parlare, fatta emergere nelle sue immagini più invasive e ricorrenti.
Il disco non vuole insegnare come uscirne, ma raccontare cosa significhi conviverci, stare dentro quel rumore, riconoscerlo, non fingere che non esista.
Anche il titolo è rivelatore. ;;;risolversi nel buio è una formula forte, quasi spiazzante, che rifiuta ogni idea di redenzione lineare. Nelle parole dell’artista:
“Risolversi, per me, non significa necessariamente trovare una soluzione. È più un processo: vuol dire guardare in faccia certe situazioni, affrontarle davvero e farci i conti, anche quando fanno male.”
È un chiarimento importante, perché sposta completamente il baricentro del disco: qui non si cerca una via d’uscita pulita, ma una forma di permanenza consapevole. Non una guarigione spettacolare, ma un tentativo di abitare meglio la propria complessità.
Dal punto di vista musicale, il disco trova la sua impronta in un cantautorato elettronico che si apre a coordinate hyperpop e glitch pop, mantenendo però una centralità costante del testo. È un equilibrio interessante, e tutt’altro che decorativo. d!base lo spiega con lucidità:
“Vengo dal cantautorato, è la mia base e il mio punto di partenza. Però a un certo punto ho sentito che, per descrivere davvero alcune sensazioni, avevo bisogno di un’energia diversa, anche a livello ritmico.”
È in questa scelta che si gioca il cuore del disco.
L’elettronica, infatti, non arriva come rivestimento, ma come necessità espressiva. BPM elevati, drum incisive, sintetizzatori distorti e saturi, break improvvisi e drop non sono semplici soluzioni di produzione: sono parte integrante del racconto. Le fratture ritmiche e i cambi di assetto sonoro diventano il corrispettivo musicale di un’esperienza mentale in cui la sensazione di controllo è sempre provvisoria. Il suono lavora dunque come spazio psichico, come ambiente instabile, come prolungamento del testo.
In questo contesto, +benzo emerge come una traccia centrale non solo per impatto, ma per funzione narrativa. Scelta come focus track, è il brano che mette subito a fuoco la tensione del disco in modo diretto, esplicito, quasi frontale. d!base la descrive così:
“Ho scelto +benzo come focus track perché è il brano più diretto del disco, sia a livello sonoro che di scrittura. È quello che mette subito a fuoco una sensazione precisa, ma anche il mio desiderio di uscirne, di risolvere quella condizione.”
È una chiave di lettura molto importante. +benzo non è soltanto un singolo forte: è uno dei punti in cui il disco si espone con maggiore chiarezza, rendendo immediatamente percepibile quella tensione tra richiesta d’aiuto, saturazione emotiva e desiderio di trovare una forma di sopravvivenza. Già dall’incipit, citato dallo stesso artista
“Mon ami, family, terza C o qualcuno che mi sente piangere da lì, save me”
il brano si presenta come una chiamata aperta, senza filtri, senza protezioni simboliche.
Anche la struttura iniziale del disco contribuisce a costruire questo percorso. L’apertura con mai+ e +benzo non è casuale: accostate, le due tracce generano una formula implicita, quasi una dichiarazione di intenzione. È il punto in cui si interrompe la ricerca di una sospensione artificiale del dolore e inizia, invece, l’attraversamento. Non c’è romanticizzazione del malessere, né estetizzazione gratuita della fragilità. C’è piuttosto un tentativo di stare in faccia al rumore, di non scansarlo.
Uno degli aspetti più convincenti di ;;;risolversi nel buio è proprio il rapporto tra scrittura confessionale e costruzione sonora contemporanea. Il disco non sacrifica mai l’una all’altra. Pur dialogando con territori hyperpop e glitch pop, mantiene una chiara natura d’autore: le canzoni non sono pensate come esercizi di stile, ma come dispositivi emotivi. Questa impostazione permette a d!base di muoversi in una zona personale, in cui il linguaggio del cantautorato viene spinto oltre i suoi codici più tradizionali senza perdere intensità.
Il risultato è un debutto che mostra già una direzione precisa. E dalle parole dell’artista emerge chiaramente anche il desiderio di portare questo linguaggio in una dimensione sempre più concreta, più condivisa, più fisica.
“Sto già lavorando a nuove produzioni e, parallelamente, sto cercando di portare il progetto il più possibile dal vivo”
racconta. L’idea è quella di proseguire lungo la traiettoria aperta da questo primo album, mantenendo la base elettronica ma introducendo progressivamente più elementi suonati, anche in funzione del live.
In questa prospettiva, ;;;risolversi nel buio non è soltanto un debutto riuscito: è anche un punto di partenza credibile. Un disco che mette già a fuoco una poetica, un lessico sonoro, una postura emotiva. E che lascia intuire un’evoluzione interessante, soprattutto se il progetto riuscirà a sviluppare sul palco la stessa tensione che oggi vive nelle tracce.
Con questo album, d!base firma un esordio capace di parlare di fragilità senza ridurla a posa, di usare l’elettronica senza perdere il peso della parola, e di trasformare il buio non in un simbolo astratto, ma in uno spazio reale da attraversare. Un lavoro che colpisce perché non cerca di essere rassicurante. Cerca, piuttosto, di essere vero.
Per conoscere meglio il percorso artistico di d!base, dalle origini a Forlì fino alla costruzione del suo immaginario sonoro, leggi anche la nostra biografia completa.
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